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sabato 22 maggio 2010

Il Fruttarismo, la dieta naturale dell'Uomo

 Un'altra meravigliosa dispensa in tema Fruttarismo a cura del Prof  Armando D'Elia.

Da "gustare" online oppure scaricare in versione pdf cliccando QUI








 Indice
  1. Il Fruttarismo: la dieta naturale dell'Uomo
  2. L'uomo Fruttariano diviene Carnivoro
  3. Le proteine della Frutta
  4. L'Uomo non discende dalle scimmie
1. IL FRUTTARISMO: LA DIETA NATURALE DELL'UOMO

Per una corretta comprensione dell'argomento di questa relazione occorre fare uno sforzo su sé stessi: si devono, cioè, lasciare da parte tutte le teorie e le ipotesi sull'alimentazione dell'uomo preistorico che grosse forze economiche ed una scienza asservita al potere e al profitto hanno cercato di farci accettare a tutela di determinati interessi. Si deve invece cercare di dare risposte soddisfacentemente accettabili agli interrogativi che certamente suscita tale tema, utilizzando il buon senso, la logica elementare e i nostri orientamenti istintivi: sono, questi, tre semplici ma potenti strumenti di indagine di cui tutti disponiamo e che dobbiamo rivalutare ed usare con determinazione.

Occorre partire da un dato di fatto incontestabile: i nostri antichi progenitori non erano carnivori, non erano erbivori, non erano onnivori, erano semplicemente dei fruttariani e lo furono per moltissimi anni, i primi della loro esistenza. Essi, non ancora bipedi, vivevano sugli alberi della foresta, che dava loro l'unico cibo al quale la specie umana è biologicamente adatta, cioè la frutta succosa e dolce, che ancora oggi istintivamente appetiamo e cerchiamo da piccoli finché conserviamo i nostri sani istinti alimentari. Quindi noi tuttora nasciamo fruttariani, non ci sono dubbi, non ce ne possono essere, da bambini desideriamo e rubiamo la frutta, non la carne, non la verdura, essendo attirati unicamente dal cibo più confacente alla nostra struttura fisiopsichica e quindi nutrizionalmente ottimale, come l'anatomia comparata, la fisiologia comparata ed altre discipline scientifiche comprovano.

Indubbiamente, per ogni specie animale esiste un cibo adatto, più di qualsiasi altro, a quella specie e la frutta succosa e dolce è, appunto il cibo più adatto naturalmente alla specie umana.

Scientificamente questo è spiegabile facilmente dato che esiste una stretta relazione, profonda ed atavica, tra un certo tipo di alimento e la struttura anatomo-funzionale dell'animale che di esso si nutre; tale relazione costituisce garanzia di conservazione e di salute per quell'organismo, il quale, pertanto, è, ovviamente, attratto "istintivamente" da quello specifico alimento. Quell'organismo è, in conclusione, predisposto, per legge naturale, in modo ottimale, alla ingestione e alla digestione di quell'alimento soprattutto e più di ogni altro alimento.

La terminologia è importante; deve essere quanto più possibile esatta, per evitare confusioni, errori di valutazione, interpretazioni fuorvianti, conclusioni sbagliate.
Detto questo, ecco che sorge qui la necessità di fare chiarezza sulla differenza tra "fruttivoro" e "fruttariano" e tra "fruttivorismo" e "fruttarismo".

Parliamone, quindi.

Il termine "fruttivorismo" indica un generico "mangiar frutta"; pertanto "fruttivoro" è "chi mangia frutta". Orbene, se pensiamo che esistono popoli che non conoscono l'uso alimentare della carne e dell'olio, o del pane, o del latte non umano, ma che (significativamente!) non esiste alcun popolo che ignori la frutta come alimento, allora TUTTI gli abitanti della Terra si potrebbero qualificare "fruttivori", anche se assieme alla frutta mangiano altro? CERTAMENTE.
Ma quei fruttivori che sono finalmente riusciti ad individuare nella frutta il proprio UNICO e duraturo alimento, ripristinando felicemente l'alimentazione naturale dei nostri antenati, sono dei fruttivori particolari che occorre distinguere dagli altri fruttivori chiamandoli "fruttariani" e chiamando "fruttarismo" il modello alimentare da loro raggiunto. Non sarebbe errato quindi dire che i fruttariani sono dei "fruttivori fruttariani".

In conclusione, tutti i fruttivori e quindi indistintamente tutti gli uomini della Terra sono potenzialmente dei futuri fruttariani in quanto tutti inevitabilmente, più o meno tardi e più o meno velocemente, approderanno (questo è il vero progresso!) al fruttarismo, ambita meta di tutta l'umanità, impegnata ormai nel lungo viaggio di ritorno alla alimentazione naturale, che ha intrapreso molti millenni fa.

È, questo, un viaggio lunghissimo, ma che verrebbe enormemente accelerato se da bambini fossimo lasciati liberi di crescere nutrendoci solo con la frutta, unico alimento che l'istinto ci suggerisce e che ambiamo mangiare e non fossimo invece soggetti alle pressioni deviatrici dei genitori, di coetanei già viziati, di pediatri che, ignoranti o venduti all'industria, influenzano purtroppo le cure parentali. Ancora qualche nota di terminologia per affermare che si può validamente usare il termine "frugivoro" quale sinonimo di "fruttariano", come autorevolmente confermano il glottologo Pianegiani nel suo "Dizionario etimologico della lingua italiana" ed il linguista Webster nel suo "New International Dictionary". Va ricordato anche che la radice etimologica di FRUCTUS è la medesima di "frugale" e quindi di "frugalità", per indicare un modello di alimentazione sobrio e limitato a modeste quantità di prodotti della terra, il che torna a lode del vegetarismo e, naturalmente, del fruttarismo.
C'è chi, facendo leva sul fatto che FRUGES (latino) significa "frutti", ma significa anche "biade", sostiene, più o meno artatamente, che il termine "frugivoro", se si privilegia tale secondo significato e se ci si riferisce all'uomo, giustifica il ricorso alimentare ai cereali da parte dell'uomo stesso.

Una simile tesi è però scientificamente insostenibile per molti motivi e soprattutto per i seguenti, da tenere sempre presenti:

1. I cereali danno dei frutti secchi (cariossidi) che, se interi, sono inadatti ad alimentare l'uomo mentre sono adatti, per esempio, a nutrire uccelli granivori, che sono fomiti di un apparato digerente appositamente strutturato per la digestione di questi frutti/semi delle graminacee (famiglia alla quale appartengono i cereali) e ben diverso da quello umano. L'uomo soltanto ricorrendo ad artifici riesce ad utilizzare i cereali: con la MOLITURA e poi con la COTTURA, ricavando alla fine dei prodotti morti, privati, fra l'altro, del corredo vitaminico.

2. All'uomo si addicono solo i frutti crudi (cioè "vivi"), carnosi e dolci, che costituirono - si ripete - la sua unica fonte di alimentazione nella preistoria e che contengono più o meno la stessa percentuale media di acqua presente nel corpo umano (65%).

3. La digestione degli amidi dei cereali è particolarmente onerosa in quando a dispendio energetico e alla fine approderà alla formazione terminale di monosaccaridi (cioè zuccheri semplici, come, per esempio, il glucosio) che troviamo già presenti, pronti ad essere assorbiti senza fatica, nella frutta carnosa e dolce.

Se, invece, si fa riferimento non all'uomo come fruitore di cereali, ma ad altri animali, l'affermazione secondo la quale è corretto l'utilizzo alimentare dei cereali è scientificamente valida. Del resto si è già visto dianzi che per gli uccelli granivori le cariossidi (integre) dei cereali costituiscono cibo adeguato. Lo precisa attenzione! - lo stesso glottologo Pianegiani (prima citato) il quale ci dice che FRUGES con il significato di "biade" si addice "propriamente alle bestie", intendendo evidentemente per "bestie" gli animali non umani e particolarmente gli erbivori, i quali infatti usano le biade come foraggio e per i quali quindi è giusto dire (come, sempre il Pianegiani dice) che "si pascono" di biade.

Poiché questo paragrafo fa parte di un lavoro imperniato sulle proteine nell'alimentazione umana, uno dei punti qualificanti è senza dubbio quello che riguarda le proteine della frutta, che costituirono per millenni l'unico cibo dell'uomo preistorico. L'uomo, però, ad un certo momento del suo passato preistorico divenne carnivoro e la carne, si sa, è un alimento eminentemente proteico, che continua ad essere presente nella comune dieta di gran parte dell'umanità.
Quale abisso tra l'uomo preistorico fruttariano testé descritto e l'attuale uomo carnivoro! Perché l'uomo divenne carnivoro! Cerchiamo di rispondere a questo inquietante interrogativo nel seguente paragrafo.

2.
L'UOMO FRUTTARIANO DIVIENE CARNIVORO

Dalle proteine della frutta alle proteine della carne.

Ovviamente, nel lunghissimo periodo durante il quale l'uomo si nutrì solo di frutta nella sua patria d'origine, la foresta intertropicale fruttifera, il suo fabbisogno proteico non potè essere coperto altro che dal contenuto proteico della frutta, sull'entità del quale tratteremo in un apposito sottocapitolo.
Cerchiamo invece di capire i motivi dell'avvento del camivorismo nella vita dell'uomo, fatto che ha tutte le caratteristiche di una tragica involuzione, dalla quale prese l'avvio la degenerazione fisiopsichica dell'uomo attuale; anche le modalità con le quali questo evento ebbe a realizzarsi sono degne di attenzione. Ecco perché è necessario parlarne prima di riprendere il discorso sulle proteine.
Durante la preistoria dell'uomo si verificarono eventi meteorologici e geologici che alterarono profondamente l'ambiente. In particolare vennero alterati i biomi vegetali dai quali l'uomo traeva il proprio nutrimento. Avvennero:

· glaciazioni (espansioni dei ghiacciai),
· interglaciazioni (ritiri dei ghiacciai e avvento di climi più caldi),
· periodi di forte inaridimento climatico (siccità),
· periodi di aumenti eccezionali di piovosità (pluviali).

Per l'uomo fu particolarmente importante l'ultima glaciazione, denominata WÙRM, per la precisione WÙRM III, dell'era quaternaria (pleistocene). Tale immane glaciazione comportò l'avanzata dei ghiacciai su gran parte delle regioni euroasiatiche, con conseguente distruzione delle foreste e con effetti che si protrassero sino a 10.000 anni fa circa. Ma coeve di tale glaciazione furono le intensissime precipitazioni (pluviali) che si verificarono in Africa; ed anche questi eventi climatici furono gravidi di conseguenze per l'uomo. A tali pluviali fecero seguito delle fasi di calo drastico delle piogge e di conseguente inaridimento del clima. A tutto questo bisogna aggiungere gli effetti della formazione della Great Rift Valley, lungo la quale l'Africa si è come spaccata a causa di un grandioso effetto tettonico, tuttora in corso.

L'insieme di tali eventi provocarono notevolissime riduzioni delle foreste che si trasformarono prevalentemente in savane.
L'uomo fu così costretto a comportarsi come un animale da savana, per sopravvivere, fu costretto a cibarsi di quello che in tale ambiente trovava. Vi trovò le graminacee, piante che richiedono spazi aperti, luce solare diretta, condizioni offerte dalla savana e non dall'ombrosa foresta donde l'uomo proveniva. Ci dice il prof. Marcelle Cornei, illustre studioso, dal quale tanto abbiamo appreso, nel suo "Quaderno della salute": "L'uomo, per derivazione ancestrale, è una scimmia d'ombra: visse per milioni di anni sugli alberi, nell'ombra delle fronde; sceso a terra, poi, vagò per altri milioni di anni nella savana".
Ora, le graminacee (ne abbiamo già parlato) producono frutti secchi, inodori e insapori;

sono, insomma, come dicemmo, cibo per uccelli. Con artifizi l'uomo riuscì, con l'aiuto del fuoco, ad utilizzare queste cariossidi. Ma l'evento più rivoluzionario che occorse all'uomo, comportandosi come un animale da savana, fu il ricorso, a scopo alimentare, alla carne degli erbivori abitatori della savana, divenendo così, per necessità, un mangiatore di carne, sempre però con l'aiuto del fuoco, non potendo mangiare crudi ne le cariossidi dei cereali ne le carni. Senza l'artifizio della cottura e (per i cereali) della molitura, l'uomo non avrebbe potuto diventare ne un mangiatore di carne, ne cerealivoro, giacché le sue caratteristiche anatomiche naturali (dentatura, ecc.) da sole, non lo avrebbero consentito.

L'impatto con le innaturali deviazioni alimentari (cereali e proteine di cadaveri di animali, peraltro cotti, cioè morti) ebbe, per l'uomo, conseguenze catastrofiche in termini di salute e di durata della vita: il che è comprensibile, dato quello che io chiamo "salto a strapiombo" tra un alimento vivo e vitalizzante come la frutta da una parte e gli alimenti amidacei e carnei, cadaverici e mortiferi, iperproteici come la carne, uccisi e quindi devitalizzati con la cottura, dall'altra.
Reay Tannahill nella sua "Storia del cibo" ci dice che addirittura "durante il periodo dei Neanderthaliani meno della metà della popolazione sopravviveva oltre i 20 anni e 9 su 10 degli adulti restanti morivano prima dei 40 anni".

Fu soprattutto l'avvento del cibo carneo, con il suo contenuto eccessivo di proteine e con la conseguente tossiemia a produrre tali disastrosi effetti sul corpo, ma anche sulla mente degli uomini; non bisogna infatti dimenticare che la carne crea aggressività.
S'è detto prima che anche le modalità con le quali questi eventi così negativi si produssero "sono degne di attenzione". Accenniamone, quindi riferendo, in succinto, quanto a questo riguardo dice James Collier, autorevole antropologo: "In conseguenza dei disastrasi effetti di tali eventi sconvolgenti sul clima e sulla vegetazione, l'uomo non potette più affidarsi ai vegetali per nutrirsi e dovette ricorrere alla carne."
Ma l'uomo è inerme, quindi non è per natura carnivoro, essendo sfornito anatomicamente dei dispositivi atti ad inseguire, uccidere e masticare, crude, le carni degli erbivori. Si pensa pertanto che l'uomo primitivo non sia stato, all'inizio, tanto un cacciatore quanto uno spazzino, che si nutriva delle prede fatte da altri animali veramente carnivori, mancandogli anche la insensibilità necessaria per aggredire ed uccidere con le proprie mani degli animali pacifici e innocenti, oltre che inermi. Forse, adoperando sassi e bastoni, l'uomo riusciva ad allontanare il leopardo dall'antilope uccisa, se ne impossessava e la trascinava al sicuro nel suo rifugio. Tale comportamento è stato chiamato anche "sciacallaggio".

Ma l'uomo non si limitò a sottrarre agli animali carnivori parte delle loro prede, ma fu costretto anche, quando non trovava da esercitare tale funzione di sciacallaggio, a cacciare direttamente, forzando la sua naturale non-aggressività, spintovi sempre dalla necessità di trovare i mezzi per sopravvivere. Il prof. Facchini (docente di antropologia all'Università di Bologna) si dice certo che l'uomo preistorico adoperò il fuoco a scopo culinario soprattutto per cuocere la carne. Concorda su tale affermazione anche il prof. Qakiaye Perlès, dell'Università di Parigi.
Ma oggi per fortuna non esistono più le ragioni di forza maggiore che obbligarono i nostri antenati ad alimentarsi con cadaveri di animali per assicurarsi il fabbisogno proteico; pertanto da molto tempo l'uomo ha inserito in misura crescente frutta, verdura e ortaggi crudi nella propria dieta. Occorre però vigilare sempre, per difenderci dall'autentico agguato che le industrie alimentari ci tendono continuamente proponendoci, ricorrendo alla propaganda a mezzo dei mass-media e all'opera nefasta di medici prezzolati, sostanze di dubbia convenienza o addirittura nocive.

3. LE PROTEINE DELLA FRUTTA

II tema di questo paragrafo riveste una particolare importanza nella problematica delle proteine. La sua trattazione è necessariamente complessa in quanto deve attingere a molteplici informazioni provenienti da fonti non solo assai disparate ma che possono sembrare a prima vista lontane dall'argomento trattato anche se poi si rivelano utili e convergenti in un medesimo intento.

Questo motiva il ricorso alla seguente esposizione "a stelloncini", che in casi consimili è risultata essere la più conveniente per l'intelligibilità del testo.
Si è cercato tuttavia di dare, al succedersi degli stelloncini, nei limiti del possibile, un ordine logico conseguenziale.

Quando si parla di proteine qualificandole come uno dei cosiddetti principi alimentari, occorre sempre tener presente che tutti codesti principi partecipano assieme, alla sintesi della materia cellulare: deve prevalere, cioè una visione olistica, globale, "sinfonica", in quanto tutti i nutrienti sono interdipendenti e tutti sono egualmente indispensabili. Si può essere certi che, viceversa una visione settoriale da luogo a valutazioni errate.

Del resto, tale interdipendenza è comprovata dal fatto che le proteine sono mal digerite in assenza di vitamine e che il loro metabolismo dipende da quello dei glucidi e dei lipidi, almeno in parte. Questo ci fa pensare subito al nostro cibo naturale, la frutta, dove, appunto, la coesistenza ed interdipendenza dei diversi principi alimentari da luogo ad un complesso (fitocomplesso) armonioso che rappresenta, nel contempo, l'optimum anche dal punto di vista nutrizionale.

Abbiamo prima affermato che l'uomo della foresta, dove aveva vissuto per milioni di anni, dovette passare nella savana. Ora, nella foresta era fruttariano, mentre nella savana, difettando la frutta, dovette divenire carnivoro; forse l'organismo umano, adattandosi alla alimentazione carnea, assunse le caratteristiche anatomiche e fisiologiche tipiche dei carnivori? NO, conservò le caratteristiche del fruttariano. Oggi, infatti, dopo milioni di anni di innaturale alimentazione carnea, le nostre unghie non si sono trasformate in artigli, il nostro intestino non si è accorciato, i nostri canini non si sono allungati trasformandosi in zanne, il nostro succo gastrico non ha aumentato la sua originale e debole acidità tipica dei fruttariani, il fegato non ha esaltato la sua capacità antitossica, ne è scomparsa l'istintiva attrazione esercitata sull'uomo in età infantile dalla frutta e neppure è scomparsa la altrettanto istintiva repulsione esercitata dalla carne sul bambino appena svezzato. Tutti segni, questi, che le proteine eccessive che, assieme ad altre caratteristiche negative, sono presenti nella carne, pur provocando danni enormi, non sono riuscite a modificare la struttura fisiopsichica dell'uomo: ciò dimostra che l'alimentazione carnea è così estranea agli interessi nutrizionali e biologici dell'uomo che questi non riesce ad adattarvisi, pur subendo le pesanti conseguenze di un innaturale carnivorismo per lunghissimo tempo.

I 22 aminoacidi (21 secondo alcuni, 23 secondo altri) esistenti negli alimenti si dividono, secondo la nutrizionistica ufficiale, in due categorie: quella dei 14 aminoacidi che possono essere prodotti (sintetizzati) dall'organismo umano e quella degli aminoacidi chiamati "essenziali" (8 o 10) che invece si ritiene non possano essere sintetizzati dall'organismo umano e pertanto dovrebbero essere assunti con gli alimenti. Lo scrivente si è più volte dichiarato contrario a tale teoria, dimostrando che gli "aminoacidi essenziali" sono un autentico "mito". Tuttavia, ammettendone pure la reale esistenza come la medicina ufficiale pretende, è legittimo formulare questa domanda, di fondamentale importanza: da dove trassero, i nostri progenitori arboricoli, gli aminoacidi oggi chiamati essenziali, ritenuti indispensabili alla vita, durante i milioni di anni in cui furono abitatori della foresta e sicuramente solo fruttariani?
La risposta ad una simile domanda, non può essere che una sola, dettata dalla logica elementare e dal buon senso: evidentemente solo dalla frutta, anche se, secondo il parere di alcuni paleoantropologi, venivano probabilmente aggiunte alla frutta altre parti succulente di vegetali. E poiché noi oggi continuiamo a possedere quelle stesse caratteristiche anatomiche, fisiologiche ed istintuali di quei nostri progenitori, dobbiamo dedurre che le proteine della frutta sono qualitativamente e quantitativamente sufficienti a garantire in modo ottimale la vita dell'uomo anche oggi.

Partendo da queste e da altre considerazioni il prof. Alan Walker, antropologo della John Hopkins University, è giunto alla conclusione che la frutta non è soltanto il nostro cibo più importante, ma è l'unico al quale la specie umana è biologicamente adatta. Per comprovare tale affermazione, Walker ha studiato lungamente le stilature ed i segni lasciati, nei reperti fossili, sui denti, dato che ogni tipo di cibo lascia sui denti segni particolari; scoprì, così, che "ogni dente esaminato, appartenente agli ominidi che vissero nell'arco di tempo che va da 12 milioni di anni fa, sino alla comparsa dell'Homo erectus, presenta le striature tipiche dei mangiatori di frutta, senza eccezione alcuna".

Istintivamente, quindi, i nostri progenitori mangiavano quello che la natura offriva loro, cioè la frutta matura, colorita, profumata, carnosa, dolce. Ed è facile immaginare che i nostri progenitori mangiassero la frutta spensieratamente, nulla sapendo (beati loro!) sulla quantità e sulla qualità di proteine contenute nella frutta, guidati unicamente dall'istinto... e se la passavano bene.
È chiaro che la frutta è il miglior cibo, del tutto naturale, per l'uomo e per l'intera sua vita a cominciare dal momento in cui è in grado di masticare. Il fruttarismo dell'uomo è innato, perché sbocciato dall'istinto, che ripetiamolo - è l'espressione genuina, perfetta, indiscutibile dei bisogni fisiologici nutrizionali delle nostre cellule; esso si manifesta anche prima della fine della lattazione, reso evidente dalla appetibilità e anche dalla avidità con le quali il bambino ancora lattante assume succhi di frutta fresca, che possono sostituire in certi casi anche il latte materno (succo d'uva, per esempio, come suggeriva Giuseppe Tallarico, medico illuminato, nella sua opera maggiore "La vita degli alimenti").

Abbiamo prima, accennato alla masticazione. Per masticare occorrono i denti ed i denti cominciano a nascere verso la fine della lattazione, cioè del peripdo in cui l'accrescimento del cucciolo umano è affidato alla suzione della secrezione lattea delle ghiandole mammarie della madre. Domanda: perché al termine della lattazione (e anche prima) l'istinto ci orienta decisamente verso la frutta? La risposta è semplice: esiste una strettissima correlazione tra il latte, che è il primo nostro cibo, necessariamente liquido, e la frutta, cibo che succederà al latte e che ci accompagnerà, nutrendoci, per il resto della nostra vita.
Esiste, quindi, iscritta biologicamente nell'atto di nascita della nostra struttura anatomica e della nostra fisiologia, una "continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta", per cui possiamo a giusto titolo considerare questi due alimenti i prototipi alimentari ancestrali dell'uomo.
Per dimostrare quanto conclusivamente è stato detto nel precedente 'stelloncino' sulla continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta, bisogna tenere presente quello che ripetutamente abbiamo già affermato e cioè:

1. All'uomo non si addicono cibi ad alto contenuto proteico, che risulterebbero dannosi alla sua salute;
2. l'uomo ha un fabbisogno singolarmente modesto di proteine, come è facilmente dimostrabile esaminando il latte materno.

Partiamo dall'argomento "latte materno", che funzionerà da battistrada nella dimostrazione della sua continuità nutrizionale con la frutta. E' noto che entro il 6° mese di vita extrauterina l'uomo giunge a raddoppiare il proprio peso e a triplicarlo entro il 12°, alimentandosi unicamente con il latte materno. Tutti i testi di chimica bromatologica e di fisiologia umana ci informano che il latte materno contiene 1'1,2% di proteine. Ebbene, non è proprio così, in quanto, sino a 5 giorni dopo la nascita del figlio, il latte umano contiene il 2% di proteine e questa percentuale, a partire dal 6° giorno, comincia a calare progressivamente e lentamente sino a raggiungere, dopo 3-4 settimane, 1'1,3% e, dopo 7-8 settimane, 1' 1,2%, percentuale che verrà poi mantenuta più o meno costante sino alla fine dell'allattamento.

Si constata, in sostanza, un evidente e regolare decremento del contenuto proteico del nostro unico "primo alimento" a misura che il neonato si avvia, con la comparsa progressiva dei denti, ad acquisire capacità masticatorie. Raggiunta tale capacità, ha termine quel periodo, dalla nascita allo svezzamento, che costituisce indubbiamente la fase anabolica più impegnativa, più intensa e più difficile dell'intera vita umana e che superiamo, come si è visto, con un cibo (il latte materno) contenente le modeste percentuali di proteine prima indicate.

Poiché la velocità di accrescimento è massima nei primissimi giorni di vita e poi via via decresce, è logico anche che la percentuale delle proteine contenute nel latte, e che costituiscono il necessario materiale di costruzione, debba seguire lo stesso andamento.
L'accrescimento ponderale dell'individuo continua, come si sa, anche dopo la comparsa dei denti, per terminare tra i 21 e 24 anni, ma con una velocità estremamente ridotta rispetto a quella del lattante.

È pertanto del tutto ovvio che l'alimento che subentrerà al latte materno dovrà avere una percentuale di proteine corrispondente ai reali bisogni di proteine dell'individuo non più lattante, in linea con la decrescenza, prima comprovata, di tali bisogni proteici. Riassumendo, "il fabbisogno proteico dell'uomo è massimo nel lattante, medio nell'adolescente, minimo nell'adulto": questo ci dice il grande igienistaAttilio Romano nel suo aureo lavoro "Pregiudizi ed errori in tema di alimentazione "; su questo insiste anche il prof. Alessandro Clerici nel suo Lavoro "Come si deve mangiare". Occorre osservare:

1. Senza alcun dubbio spetta al medico tedesco Lahmann il merito di avere, da pioniere illuminato, gettato, nel campo della dietetica umana, le basi scientifiche del fruttarismo, avendo scoperto e dimostrato che esso costituisce la innata prosecuzione naturale dell'alimentazione lattea.
2. Ancora prima del Lahmann, un altro "grande", Max Rubner, docente di cllnica medica all'Università di Berlino, aveva richiamato l'attenzione degli studiosi suoi contemporanei (e il Lahmann colse l'importanza di tale appello) sul fatto che "la scarsezza di proteine nel latte materno è un segno distintivo della specie umana che sconfessava i paladini dei regimi ricchi di proteine".

Questa è la regola che vige in natura: destinare ai diversi esseri viventi cibi che contengano i principi alimentari indispensabili, ma solo nella quantità necessaria, che deve essere considerata l'optimum per l'individuo. Tanto è vero che non possiamo nutrire un neonato umano, il cui latte contiene 1' 1,2% di proteine, con il latte per es. di mucca, che contiene il 3,5% di proteine senza determinati accorgimenti come la elementare diluizione, nel tentativo di evitare enteriti e altri malanni, anche gravi.
Il corpo umano, quindi, osserva proprio questa regola, cioè la cosiddetta "legge del minimo", che a nostro parere potrebbe anche (e forse "meglio") chiamarsi "legge dell'optimum" in quanto, se l'individuo ingerisce cibi contenenti dei nutrienti in quantità eccedenti il proprio fabbisogno, tale eccesso diviene per l'organismo una vera e propria scoria tossica ed il corpo cerca in tutte le maniere di sbarazzarsene, cosa che avviene in speciale modo per le proteine, come in precedenza s'è già detto.

Poiché la velocità di accrescimento dell'individuo non più lattante è decisamente inferiore a quella che aveva durante l'allattamento, è naturale ed ovvio che il contenuto proteico del primo cibo solido che l'uomo assume dopo lo svezzamento debba essere inferiore a quello del latte materno e da considerarsi l'optimum secondo la "legge del minimo". Ciò, in armonia con il reale diminuito bisogno di proteine.
Ebbene, tale cibo non può essere che la frutta, che ha, appunto, in media, un contenuto proteico adeguato ai bisogni nutrizionali normali della fase successiva allo svezzamento: cioè, mediamente inferiore a quella riscontrata nel latte materno che nel periodo terminale dell'allattamento si aggira attorno all'l,2%, come si disse.
A questo riguardo è interessante l'opinione del dottor Lovewisdom, uno dei più profondi studiosi dell'alimentazione naturale dell'uomo. Egli ci dice nel suo libro "L'adulto umano non ha bisogno di alimenti che contengono più dell'l % di proteine" "L'homme, le singe et le Paradis". Del resto, una volta completato l'accrescimento, il nostro fabbisogno di proteine serve solo alla sostituzione delle cellule perdute per usura, cioè al semplice mantenimento dell'equilibrio metabolico e a tale scopo la frutta acquosa è più che sufficiente.

Orbene, tutti i vegetali, anche i più negletti e poco noti, contengono proteine, nessuno escluso: questo è un punto fermo, che occorre tenere sempre presente.
Diversi studiosi di vegetarismo sostengono essere sempre necessario integrare la frutta con altre parti tenere e succose di vegetali, sempre crude e fresche, sia pure in pasti separati, cioè con: radici (carota, rapa, sedano-rapa, barbabietola rossa), ricettacoli floreali e base delle brattee (carciofo), foglie, gambi e germogli (lattuga, cicoria, sedano, spinacio, cavoli di vario tipo), turioni (asparago, finocchio), infiorescenze e gambi (cavolfiore, broccoli di vario tipo), bulbi (cipolla), ecc. (tutti questi vegetali sono comunemente chiamati "ortaggi" in italiano, "légumes" in francese).
Elenchiamo ora i più comuni frutti carnosi con i relativi contenuti proteici, in percentuale:



albicocca 0,8
anguria 0,9
arancia 0,9-1,3
avocado 2,6
banana 1,4
cetriolo 0,9
ciliegia 1,2
dattero 2,2
fico 1,5
fico d'India 0,8
fragola 0,95
kaki 1
lampone 1,4
limone 0,9
mandarino 1
mela 0,35
melone 1,3
mora 1
nespola 0,45
peperone 1,2
pera 0,6
pesca 0,7
pomodoro 1
prugna 0,8
uva 1
zucchina
. media: 28,75/26 =1,1%

ed ecco le percentuali di proteine presenti negli ortaggi più comuni, limitatamente a quelli che si possono utilizzare crudi:

asparago 1,8
barbabietola 1,2
barbabietola rossa 1,6
carciofo 2,4
cavolfiore 2,6
carota 1,2
cicoria 1,6
cipolla 1,4
cavolo verza 3,3
cavolo rosso 1,9
finocchio 1,9
lattuga e simili 1,3
pastinaca 1,7
porro 2
ravanello 1
sedano (foglie/gambi) 1
sedano-rapa 1,5
spinacio 2,2
media: 31,9/18 = 1,78%

Sarebbe errato, a questo punto, fare conclusivamente la media aritmetica tra il contenuto proteico medio della frutta e quello degli ortaggi per ricavare direttive alimentari pratiche. Tale calcolo darebbe 1,44 [(1,1 + 1,78)/2] e sarebbe valido se la nostra alimentazione fosse costituita per il 50% da frutta e per il 50% da ortaggi. Occorre invece dare netta preponderanza alla frutta, che è il principe dei nostri alimenti perché fu il cibo primigenio dell'uomo, quello con il quale il corpo umano si è forgiato. Dando invece in giusta misura la prevalenza alla frutta, in media la carica proteica dei cibi che dovrebbero essere utilizzati dall'uomo si attesta su 1,3% circa. Tale percentuale è largamente sufficiente, anzi superiore (sempre in media, che è quel che conta) al fabbisogno dell'uomo, specie dopo il completamento dello sviluppo, cioè dopo il 24° anno di età. Del resto, ciò è comprovato dal fatto che i fruttariani non soffrono di alcuna carenza e non hanno problemi di salute. Naturalmente i risultati dei calcoli sopra riportati non sono da prendere, "alla virgola" o al centesimo, ma vogliono avere, ed hanno, un valore orientativo generale e soprattutto vogliono offrire, ed offrono, una prova della continuità nutrizionale tra il latte materno e la frutta. A proposito dell'ottimale validità nutrizionale del fruttarismo potremmo dilungarci a riportare autorevoli opinioni, altri fatti, altre argomentazioni scientifiche per dimostrare tale validità, che garantisce all'uomo fruttariano il godimento di una piena salute fìsio-psichica: ma su tutto l'abbondante apporto probatorio che così raccoglieremmo dominerebbe la prova-base, la più incontestabile, già da noi prima evocata, ma che tuttavia torniamo ad evocare: nella foresta, patria originaria dell'uomo, questi visse in perfetta salute, sugli alberi fruttiferi, per milioni di anni, alimentandosi di frutta e - sostengono ipoteticamente alcuni studiosi, come Lovewisdom - anche di altre parti tenere di vegetali.

Molto probabilmente il lettore si chiederà che bisogno c'è di dimostrare che la carica proteica del latte materno è la stessa (o presso a poco) non solo di quella della frutta, ma anche quella dei cosiddetti ortaggi. Non si è detto che l'uomo preistorico viveva sugli alberi fruttiferi nutrendosi solo di frutta? Insomma, la sola frutta è sufficiente o no ad alimentare l'uomo? Cerchiamo di rispondere qui di seguito a tali interrogativi.
Si è già accennato in precedenza che secondo alcuni studiosi la frutta andrebbe integrata con altre parti tenere e succose di vegetali; condividiamo tale opinione, ma poiché condividiamo anche la tesi di Cornei, Tallarico, Carqué, ecc., che cioè i nostri più antichi progenitori arboricoli si nutrivano "solo" di frutta, siamo tenuti a spiegare questa nostra apparente contraddizione.

Anzitutto, la frutta che i primi uomini mangiavano da arboricoli nella foresta intertropicale era, in quanto a capacità nutrizionale, enormemente superiore a quella di oggi esistente. La frutta d'oggi è infatti il risultato di migliaia di anni di frutticoltura che, dovendo commerciare con i prodotti della terra, lo fa utilizzando dei criteri di produzione della frutta basati su:

· rendimento della pianta
· colore
· taglia
· gusto
· struttura
· conservabilità
· facilità di raccolta
· sicurezza e continuo incremento del profitto.

Insomma la produzione odierna di frutta è profondamente artificiosa, mentre la frutta che nutriva l'uomo preistorico era il prodotto del libero giuoco delle forze vitali dell'aria, del suolo, delle arcane forze della natura, era figlia della luce, scrigno di energia solare, viva e vitalizzante, non cresciuta sotto lo stimolo anormale dei concimi chimici, dei diserbanti, degli anticrittogamici, i cui residui rendono oggi talora la frutta finanche pericolosa per la nostra salute. C'è un abisso, dunque, tra la frutta che nutrì i primi uomini e la frutta d'oggi. L'uomo odierno a dire il vero comincia a rendersi conto che la frutta nutre poco e male e ha perduto i sapori della frutta "antica" di cui si sente la mancanza. Ecco quindi sorgere iniziative tipo "archeologia dell'albero da frutta", "banche del seme", e soprattutto coltivazioni biologiche. Un esempio: la pera cosiddetta "spina" è la "pera antica", bitorzoluta, contorta, decisamente brutta se guardala con l'occhio dell'esteta tradizionalista per il quale la pera, quella addomesticata, deve avere la forma classica e basta. In Italia di alberi di pere "spina" ne restano ormai pochi, destinati a sparire perché la gente vuole pere "belle" di parvenza e non nodose e brutte, anche se poi chi le assaggia rimane estasiato per il loro sapore, ormai non più riscontrabile nelle pere "moderne", frutto di cultivar, incroci, innesti, manipolazioni genetiche, fitonnoni, ecc.. Lo stesso discorso vale per molte varietà di mele in via di scomparsa, come le mele "zitelle", per esempio.

Deciso scadimento quindi, del valore nutrizionale della frutta moderna nei riguardi della frutta "antica" e quando diciamo "antica" ci riferiamo appena ad un secolo fa o giù di lì; ma a misura che andiamo a ritroso nel tempo la differenza si fa, ovviamente, sempre più marcata, tanto che riesce difficile solo immaginare quale potenza nutrizionale riservasse la frutta che servì alla nutrizione e alla crescita delle primissime generazioni dell'uomo arboricolo e fruttariano.
Abbiamo detto sopra che la gente ha cominciato a capire che la frutta odierna, nonostante che continuiamo ad essere da essa attratti, non solo nutre poco ma nutre anche male. Qui appresso spieghiamo perché.

Per effetto dei trattamenti e delle selezioni che l'uomo, come abbiamo prima accennato, applica in agricoltura e particolarmente in frutticoltura, la frutta prodotta è caratterizzata soprattutto da un eccessivo tenore di zuccheri. Ora, è vero che il nostro organismo funziona proprio grazie allo zucchero, ma è anche vero che lo zucchero, come qualsiasi altro alimento, per essere assimilato, deve trovarsi associato con vitamine, specialmente quelle del gruppo B, minerali, aminoacidi ed altri elementi nutritivi, con i quali costituisce un fitocomplesso equilibrato ed armonico.

L'eccesso di zucchero oggi riscontrabile nella frutta crea invece squilibrio e disarmonia, per cui l'organismo non è in grado di utilizzare tutto lo zucchero presente nella frutta: ecco perché si disse che la frutta d'oggigiorno fa correre il rischio di nutrire "anche male". Come ovviare a questo squilibrio? Includendo nella nostra dieta una consistente quantità di alimenti non zuccherati, in particolare verdure crude ed ortaggi vari, che forniscono in abbondanza vitamine, minerali ed aminoacidi essenziali, indispensabili per ottenere una nutrizione equilibrata.

L'aggiungere verdure ed ortaggi alla frutta, anche se questa rimarrà quantitativamente preponderante, è, quindi, un "corrrettivo"? Certamente, è un utile correttivo. Naturalmente, sia la frutta che le verdure e gli ortaggi, per conservare la loro efficacia nutrizionale, devono essere consumati crudi ed è anche buona norma utilizzarli in pasti separati. Ma aggiungiamo subito che si tratta di un correttivo "temporaneo" e qui di seguito spieghiamo perché diciamo che è temporaneo.
Abbiamo visto - riassumiamo - che la frutta odierna, rispetto alla frutta che nutrì l'uomo preistorico, difetta di potere nutrizionale (e si cerca nell'attuale processo, in atto, di riavvicinamento alla natura, di coltivarla biologicamente, come rimedio primo), ma eccede, invece, in contenuto di zuccheri (glucosio/fruttosio) (e si cerca di ovviarvi proponendo di accompagnarne il consumo con ortaggi, che potranno, così, partecipare all'approvvigionamento di proteine). Poiché, come è evidente, si tratta di una situazione, quella attuale, "in movimento", a misura che progredirà l'agricoltura biologica, migliorerà anche la qualità della frutta attuale, i cui lati negativi (eccessi e difetti sopraccitati) si attenueranno gradualmente e alla fine scompariranno.

Ovviamente, quando la frutta riacquisterà totalmente le caratteristiche che permisero il pieno affermarsi dell'uomo preistorico arboricolo e fruttariano, cesserà il bisogno o la semplice convenienza di ricorrere agli ortaggi e l'uomo tornerà ad essere fruttariano al 100% e sarà quello un grande giorno, che riteniamo non troppo lontano, dato l'incoraggiante crescente interesse per questo così importante problema.

4. L'uomo non discende dalle scimmie


È stato osservato, circa l'aggiunta di verdure e ortaggi alla frutta, che le tre grandi scimmie antropomorfe (Pongidi) orango, scimpanzé e gorilla , ritenute comunemente, sui piani anatomico, fisiologico, ematologico, ecc., i più vicini nostri parenti, mangiano, oltre che frutta, anche foglie, gemme, scorze, rametti, radici, sedano selvatico, bambù ed altre erbe. Soprattutto si sottolinea che questo comportamento alimentare si riscontra nel gorilla, che invece da molti fruttariani veniva portato come esempio di animale fruttariano al 100%, come una sorta di archetipo fruttariano: si ritiene, anzi, da alcuni che la frutta partecipi alla dieta del gorilla in minor misura degli altri vegetali sopra citati. Sono invece tutti concordi nel rilevare, nella dieta dei Pongidi, l'assenza di noci (cioè, precisiamo noi, di semi), particolare che sottolineiamo come importante, per quanto appresso si dirà a proposito dei semi e della loro carica proteica.
Quanto sopra viene citato da alcuni per cercare di avvalorare, su un preteso piano scientifico zoologico/evoluzionistico, la necessità dell'aggiunta di verdure ed ortaggi alla frutta anche da parte dell'uomo, cioè, in pratica, per negare la sufficienza nutrizionale di una dieta fruttariana al 100%.
Sennonché coloro che tanto affermano dicono cose scientificamente inesatte e le loro conclusioni sono errate, difettando, tra l'altro, di validi aggiornamenti culturali. Infatti, coloro che "fotocopiando" i comportamenti dei Pongidi (ammesso, ma non concesso che siano quelli che vengono descritti) pretendono di trasferirli all'uomo pari pari, come per un imperativo biologico automatico, sembra che siano rimasti alla famosa e semplicistica (e, potremmo anche dire, infantile) interpretazione di quanto Charles Darwin, nel 1871, scrisse nel suo "The Descent of Man". Si disse, allora, che Darwin sosteneva che "l'uomo discendeva dalla scimmia". Come invece ogni persona con un minimo di cultura biologico/naturalistica sa, Darwin non affermava che l'uomo discendeva da una scimmia antropomorfa.

La verità è, invece, che le grandi scimmie antropomorfe e l'uomo sono organismi contemporanei sì, ma che discenderebbero, però, da un primate, antenato comune, esistito milioni di anni fa e attualmente estinto. Da quello si sarebbero poi originate due distinte linee evolutive, una delle quali avrebbe portato alle attuali scimmie antropomorfe, mentre l'altra avrebbe avuto come termine ultimo l'uomo. Inoltre - ci dice Ralph Cinque, D.C., direttore dell'Hygeia Health Retreat diYorktown (Texas), nonostante le sue critiche al fruttarismo umano al 100% - "l'uomo non è una scimmia leggermente migliorata, le differenze con gli esseri umani sono considerevoli ed è un errore fare dei paralleli fra i due" (dalla rivista Vie et Action n. 157).

Gli fa eco T.C. Fry, direttore del periodico Healthful Living, il quale sostiene che consigliare di mangiare verdure perché contengono elementi nutritivi che non si troverebbero nella frutta è un nonsenso perché non c'è nelle verdure niente che non sia contenuto, in quantità sufficiente, anche nella frutta.
Un'obiezione di natura biochimica avversa all'uso delle verdure è questa: mentre gli erbivori sono provvisti dell'enzima "cellulasi" che consente di convertire la cellulosa contenuta nelle foglie in glucosio, l'uomo è sprovvisto di tale enzima e pertanto non ricava alcuna utilità, almeno per quel che riguarda l'approvvigionamento di glucidi, dal mangiare verdure. Tutto quello che, oltre alla cellulosa, si trova nella foglia e che possa avere un qualche valore nutritivo lo si trova anche nella frutta. Poiché il nostro corpo ha bisogno, per produrre energia, di glucosio, le foglie verdi non sono in grado di dargliene per l'assenza di tale enzima. In definitiva, le verdure possono essere considerate naturali per gli erbivori, ma certamente non per i fruttariani, come l'uomo; inoltre non ci procurano alcuna caloria ed è più l'energia che spendiamo per la loro digestione che quella che se ne ricava.

Si dice che nelle verdure c'è la clorofilla, alla quale si attribuiscono virtù particolari nella nutrizione dell'uomo, ma la clorofilla è una proteina come le altre. Le vitamine, i sali minerali, le proteine ed alcuni acidi grassi presenti nelle foglie si ritrovano anche nella frutta, inoltre nella frutta si trova l'acqua "fisiologica" più o meno nella stessa percentuale con la quale è presente nel corpo umano; non così nelle foglie e meno ancora nei semi.
Fry sposta poi la sua attenzione sul fatto che la maggior parte delle foglie, tra cui quelle che noi mangiamo, sono provviste di veleni protettori della pianta. Tra le foglie più tossiche che noi mangiamo sono da annoverare: il sedano, le bietole, il ravizzone (colza), il rabarbaro, il prezzemolo, il basilico, gli spinaci, la cicoria, la menta, il tarassaco, l'origano, ecc.

Particolarmente tossiche e persino mortali sono le foglie del pomodoro, della patata, della melanzana, del peperone, dell'albicocco, ecc. Finanche le foglie della lattuga pare che siano, sebbene modestamente, provviste di sostanze tossiche. La presenza di questi veleni protettori nelle foglie e dei conseguenti rischi tossicologici che si corrono nel mangiarle sono autorevolmente confermati dagli studi specifici fatti dal prof. Bruce Ames, dell'Università di Berkeley, USA. Per contro, la maggior parte dei frutti utilizzati dall'uomo a scopo alimentare sono invece privi di sostanze tossiche.
Anche le notizie relative alla presenza di fogliame ed altre parti di vegetali nella normale dieta delle grandi scimmie antropomorfe, della quale prima si è parlato, sono false. La prima osservazione che si può fare è che noi non possiamo essere condizionati dalla loro condizione attuale, più che non esserlo dagli Esquimesi, dice ironicamente Fry.
Si è detto prima che le grandi scimmie antropomorfe non mangiano semi, comunemente indicati come "noci". Ora, per quanto riguarda l'uomo, possiamo dire che le noci non solo non sono necessarie, ma addirittura sono dannose, contenendo un fattore antinutrizionale, un antienzima, che ostacola la loro digestione da parte di altri enzimi. È chiaro che i semi hanno lo scopo di dare vita a un nuovo essere vivente e non sono certo destinati ad essere distrutti dall'azione trituratrice dei denti dell'uomo prima che dai suoi succhi digestivi. La Natura non ha prodotto i semi per nutrire l'uomo, per altro sono troppo proteici e possono, a causa proprio di tale eccesso di proteine, provocare danni alla salute umana. Infine, contenendo pochissima acqua, sono inadatti anche per questo a costituire un cibo adeguato alle esigenze umane.

Per l'uomo che si trovasse in uno stato di natura, senza apparecchi per cucinare, disponendo solo del suo corpo, senza attrezzi di nessun tipo, la frutta è la sola cosa che prenderebbe, rifiutando erbe, cereali, radici e tuberi; naturalmente rifiuterebbe, essendone incapace di catturare, uccidere e mangiare altri animali oppure di berne il latte.
La frutta, in sostanza, costituisce un alimento naturale, che, comparso quando comparve, l'uomo, fu chiaramente destinata dalla Natura, simbioticamente, a nutrire in modo ottimale l'uomo.

Quando si afferma che la frutta, utilizzata come unico alimento, provoca un sovraccarico di zuccheri, si trascura il fatto che a tale eccesso contribuisce (e non potrebbe essere altrimenti) anche l'alimento amidaceo che ingeriamo (pane, pasta, riso, polenta, ecc.) e che ha, come destino finale della sua digestione, appunto, monosaccaridi (zuccheri semplici); questo eccesso di amidi nella propria dieta è comunemente indicato con il termine "amidonismo".
Riprendiamo il discorso sulle grandi scimmie antropomorfe per esaminare più approfonditamente la loro dieta. Ebbene, si è potuto accertare che l'orango può restare fino a tre mesi di seguito sugli alberi, senza mai scendere al suolo e nutrendosi pertanto solo della frutta prodotta dagli alberi. I gorilla vengono giustamente definiti da Fry "macchine che vanno a foraggio e macchine per defecare" in quanto la loro giornata è mediamente costituita da 14 ore dedicate a riposare e defecare e 10 ore circa dedicate alla ricerca ed ingestione di cibo. George B. Schaller ha fatto notare che essi mangiavano foraggio in una quantità giornaliera pari al 10% del loro peso, soprattutto sedano selvatico. Ne si capisce come possano elaborare tutti questi vegetali se si tiene presente che i gorilla, come del resto l'uomo (e ne abbiamo parlato) non secernono la cellulasi, che è l'enzima necessario alla trasformazione della cellulosa in uno zucchero semplice. Evidentemente questa grossa massa solo parzialmente digerita di vegetali stimola egregiamente la peristalsi provocando la pressoché continua defecazione. Ma Schaller ha approfondito la cosa ed ha potuto così appurare che, quando arrivava la stagione di certa frutta, i gorilla non toccavano più il foraggio, ma si alimentavano unicamente di quella frutta, fin che ce n'era.

È ancora Schaller, primatologo di grande fama, che ci riferisce di un esperimento fatto allo zoo di San Diego, dove i gorilla, se veniva loro somministrata frutta in abbondanza, non mangiavano più il foraggio; insomma il gorilla, messo in condizioni di scegliere tra foraggio e frutta, non manifesta dubbi e sceglie la frutta. Che cosa significa ciò? Significa che il suo cibo naturale, non è il foraggio, ma la frutta. Certo, anziché patire la fame si mangia qualunque cosa. Così, del resto, fecero i nostri progenitori quando, passando dalla foresta, e dall'alimentazione fruttariana che questo bioma consentiva, nella savana, dove non esistono alberi da frutta, per non soccombere divennero cerealivori e mangiatori di carne, con l'aiuto del fuoco.
Della terza scimmia antropomorfa cosa c'è da dire? Dello scimpanzé si dice che mangia molte cose e forse ciò è vero in condizioni di cattività, situazione innaturale, che determina sconvolgimenti comportamentali notevoli, che possono influire anche sugli orientamenti nutrizionali.
È bene, quindi, dare validità alle testimonianze di ricercatori o studiosi che ne hanno osservato attentamente la vita, quando questa viene trascorsa in libertà; per lo scimpanzé nessuna persona può saperne di più di J. Goodall, etologa primatologa che ha trascorso trent'anni tra loro, la quale ha constatato che se gli scimpanzé dispongono di banane in abbondanza, mangiano solo questi frutti e niente altro (sino a 40-50 la volta).
Come si vede, i comportamenti alimentari delle 3 grandi scimmie antropomorfe, che molti ritenevano accreditassero la insufficienza di una alimentazione fruttariana al 100% (e quindi il ricorso obbligato ad altre parti più o meno tenere di vegetali), in realtà, da quanto si è detto in quest'ultima parte del presente stelloncino, documentano proprio il contrario e cioè che queste scimmie, quando sono libere di scegliere il loro nutrimento naturale, si nutrono da animali fruttariani al 100%. E non c'è bisogno di estrapolare questo comprovato fruttarismo dei Pongidi applicandolo all'uomo perché per quest'ultimo fa fede l'istinto dei bambini, quando non è ancora pervertito.

Dicemmo, nel 5° stelloncino di questo paragrafo che all'uomo non si addicono cibi ad alto contenuto proteico, come, per esempio, derivati del latte, semi, uova, legumi, ecc., per non parlare della carne. Peraltro, molte di queste proteine andrebbero sprecate in quanto l'organismo espelle, indigerite, con le feci una buona parte di queste proteine (quelle che non riesce ad espellere in questa maniera, se sono ancora eccessive, cercherà di deaminarle trasformandole in composti ternari, cioè in zuccheri e grassi e poi ancora, se neanche ciò basta, se ne sbarazzerà mediante un lavoro straordinario del fegato e dei reni).
Dobbiamo ora tornare a parlare di questi cibi ad alto contenuto proteico, intanto per ricordare, se ce ne fosse ancora bisogno, che la frutta è da escludere dal novero dei cibi ad altro contenuto proteico e che anche questo fatto contribuisce a renderla atta all'alimentazione umana. Ma se ora torniamo a parlare di questo argomento è per evidenziare un altro fatto di notevole importanza e cioè una scoperta del già citato prof. Max Rubner, dell'Università di Berlino, il quale la rese pubblica a Lipsia, in un Convegno scientifico, con una memoria riguardante i risultati delle sue ricerche sulle proteine (che poi lui espose nel suo libro "Volksemahrungsfragen", in italiano: "Questioni relative all'alimentazione della popolazione"). Il succo di questa scoperta è che il grado di utilizzazione delle proteine di un determinato alimento è tanto più grande quanto più modesta è la percentuale di proteine che quell'alimento contiene.
Questo studioso dimostrò, per esempio, che un chilo di patate costituisce un cibo relativamente assai più nutriente di un etto di carne o di formaggio perché l'organismo umano riesce ad utilizzare dalle patate una quantità di proteine sette volte maggiore di quelle che utilizzerebbe mangiando carne o formaggio, in quanto le proteine di un etto di carne o di formaggio sono concentrate, mentre la stessa quantità di proteine è nelle patate diffusa in una massa di dieci etti.
La stessa cosa vale per le mele, che sono molto nutrienti in quanto le loro relativamente scarse proteine (0,35%) sono utilizzate al 100%. Come è facile capire, questa scoperta di Rubner costituisce una ennesima e valida motivazione scientifica del fruttarismo.

4. L'ANTICONFORMISMO DELL'UOMO FRUTTARIANO

La marcia di ritorno dell'uomo al suo originario fruttarismo non è un disegno utopico, non è un sogno, è una realtà. Avendo dimostrato nei paragrafi precedenti che la carica proteica della frutta rappresenta l'optimum per l'approvvigionamento azotato dell'uomo e che, per una serie di altri motivi tratti dalle più diverse discipline, il fruttarismo, è l'ambita meta finale, in un certo senso "obbligata", di tutta l'umanità, abbiamo con ciò contribuito a dare certezza scientifica alla radice della tematica fruttariana.

Orbene, sul piano pratico bisogna fare il possibile per avvicinarci gradualmente, con pazienza e perseveranza, a tale meta: saremo incoraggiati a farlo dalla constatazione che la nostra salute fisica, la nostra efficienza intellettuale migliorano in maniera evidente a misura che si avanza verso il fruttarismo al 100%. Una volta acquisita la consapevolezza di essere sulla strada giusta, razionalizzeremo sempre più la nostra alimentazione, gradino dopo gradino. Nel frattempo giova informarsi sulle esperienze fruttariane di chi è più avanti di noi in modo da prendere coscienza del livello al quale si è giunti nell'opera di bonifica della propria vita. Se tale livello risultasse ancora modesto o anche modestissimo, non ci si deve per questo scoraggiare, ma conviene utilizzare il livello già raggiunto come una pedana di lancio onde potere poi balzare al livello superiore e così via, gradatamente, ma senza fermarsi, senza mai rinunciare a migliorare. Ognuno di noi è, quindi, in marcia per diventare fruttariano al 100%, a pieno titolo!!!

Allora: pensiamo, leggiamo, ascoltiamo, indaghiamo, sperimentiamo! Avanziamo!

In quanto all'anticonformismo dei fruttariani già tali o in marcia per divenirlo, chiaramente espresso dal titolo di questo paragrafo, dobbiamo anzitutto ricordare che la presente relazione ha, tutta, una carica anticonformista. Del resto, non solo i fruttariani, ma tutti i vegetariani in genere sono anticonformisti. Nessun dubbio che siamo ancora una minoranza, nessun dubbio che siamo contro corrente, contro i principi dietetici e comportamentali seguiti acriticamente e supinamente dalla maggioranza.

Dobbiamo però essere lieti di far parte di questa minoranza, che ci consente di sentirci (certo non in senso elitario) culturalmente avvantaggiati e tuttavia maggiormente impegnati, nei rapporti con gli altri, a praticare la benevolenza, la comprensione e l'umiltà tipiche di coloro che più sanno.
Il conformismo culturale oggi imperante, che noi decisamente rigettiamo, conduce in realtà ad una acritica accettazione delle opinioni dei satrapi della cultura accademica, soprattutto di quella medica. Certamente, tenendo conto di tale andazzo, molti passi di questa relazione appariranno non solo spregiudicati, ma addirittura irriverenti nei riguardi sia di persone o categorie di persone, sia di principi o luoghi comuni, dai quali ci discostiamo più o meno vistosamente. Ma questa nostra eterodossia vuole essere solo una critica costruttiva, anche quando ha le parvenze di essere demolitrice; pensiamo, in sostanza di agire in difesa della libera ricerca della Verità, ritenendo che questo e non altro debba essere il fine di ogni indagine scientifica, quando è condotta con idee chiare ed onestà di intenti.

Del resto, è ben noto che molte altisonanti affermazioni, anche di matrice scientifica, si sono poi palesate solo dei pregiudizi o addirittura dei miti e pertanto sono clamorosamente cadute; e si può star certi che altre sono destinate a cadere nel futuro, a misura che avanza nell'uomo la ragione ed il ricorso liberatorio al semplice buon senso e/o alla logica elementare deduttiva. È noto che i pregiudizi ed i miti sono duri a morire e quindi non c'è da meravigliarsi se anche quelli relativi alle proteine siano ancora così diffusi.

Il fatto che alcune di queste false credenze durino molto non significa affatto che esse abbiano sicuramente un fondamento reale. Un esempio illuminante è quello che qui di seguito citiamo.
Nel lontano 1914 un grande scienziato, Robert Banary, vinse il premio Nobel per la fisiologia e la medicina per merito di una sua teoria "sul funzionamento dell'orecchio interno e sui dispositivi che influenzano l'equilibrio del corpo umano". Tutto il mondo scientifico dell'epoca, fece propria tale teoria e tutti i testi scolastici, dai licei alle Università, data l'autorità del Barany, la riportarono qualificandola come una conoscenza scientifica ormai definitivamente acquisita e indiscutibile. Sennonché... sennonché, nel 1983, dopo circa 70 anni di supino conformismo scientifico, si scoprì, durante il volo di prova dello Space Shuttle, che quella teoria era totalmente infondata e immediatamente tutti tacquero, di colpo, e da allora nessuno ne ha più parlato. Ebbene, quando tale teoria fu formulata, nessuno si era preso la briga di indagare sulla sua serietà e fondatezza; tanto può (ecco un esempio) la accettazione acritica dell'autoritarismo culturale!
Talvolta però, può accadere che qualche "scoperta" o "invenzione" viene sottoposta a verifica e crolla miseramente. Riportiamo ora un altro caso, più recente di quello prima accennato.

Qualche anno fa tutti i giornali ed i settimanali riportarono la notizia della "memoria dell'acqua", notizia che mise in subbuglio tutto il mondo scientifico e fu definita (molti di voi lo ricorderanno) "la scoperta del secolo". Addirittura ci fu chi scrisse che da tale scoperta "si dovevano attendere spettacolari sconvolgimenti in tutti i campi delle conoscenze umane". Di che cosa si trattava? Ecco: la famosa rivista scientifica inglese Nature aveva dato la notizia che un notissimo medico francese, il ricercatore Jacques Benveniste, aveva scoperto che i globuli bianchi del sangue umano, in presenza di anticorpi in soluzioni sempre più diluite, conservavano la capacità di reagire anche quando la soluzione era diluita a tal punto da non contenere più alcun anticorpo. Ergo, l'acqua conserva la memoria. Una tale "scoperta" sconvolgeva ovviamente le leggi naturali, ma - guarda caso! - accreditava fortemente le basi della omeopatia le cui fortune, fondate, in sintesi, sull'efficacia di soluzioni estremamente diluite, stava perdendo credibilità in tutto il mondo. Sennonché, in seguito ad indagini e verifiche, si riuscì a dimostrare che questo famoso dott. Benveniste aveva utilizzato fraudolentemente, nei suoi esperimenti, campioni contaminati che, naturalmente, continuavano a provocare la reazione dei globuli bianchi. Dopo tale smascheramento, il Benveniste, che in un primo tempo era già stato qualificato "un grande scienziato" in tutto il mondo scientifico, divenne di colpo "uno scienziato di scarto" e la sua scoperta, sui giornali italiani, fu definita "un falso clamoroso" (giornali del 28/7/1988).
Potremmo continuare a portare esempi di imposture, miti, pregiudizi e falsità, ma per questioni di spazio ci limitiamo ai due casi prima citati (Ci preme sottolineare che il prof. Armando D'Elia, nei suoi lavori, ha più volte brillantemente contribuito a "smascherare" altri miti: quello delle proteine cosiddette "nobili" e quello degli aminoacidi "essenziali", n.d.r.).

Si può trarre, concludendo, un chiaro monito, rivolto soprattutto ai fruttariani, che costituiscono la "brigata di punta" di tutto il movimento vegetariano: non bisogna mai aver paura di andare contro corrente, non bisogna mai aver paura di difendere a viso aperto il fruttarismo e le sue motivazioni scientifiche ed etiche: il tempo è galantuomo. La schiera, oggi ancora così fitta, di persone avverse al fruttarismo, è destinata ad assottigliarsi rapidamente; in genere si tratta di disinformati, da aggiornare con amore e pazienza. La Verità si imporrà inevitabilmente.

Per mettere in crisi chi è contrario al fruttarismo occorre prima di ogni cosa fargli capire che bisogna resistere alla tentazione di conformarsi supinamente alle opinioni dominanti, che spesso costituiscono la maschera perbenista di grossi interessi di natura economica ....

Roma 1992

sabato 15 maggio 2010

L'arancia, il limone, i denti e la monodieta...

Le Vie del Signore sono Infinite, 
quelle delle arance e dei limoni un pò meno..

Allora oggi mi ero messa a cercare delle cose con google e mi ritrovo "per vie traverse" molti articoli che parlavano di nuovo degli effetti deleteri a lungo e breve termine della frutta acida, in special modo delle arance e dei limoni. Vi giuro che per un pò avevo deciso di astenermi da questo capitolo perchè ne avevo parlato molto in precedenza ma sembra proprio che debba tornare ad occuparmene seriamente. In effetti, devo ammettere che dopo aver letto certe cose, non potevo esimermi dal tradurre il tutto e portarlo così all'attenzione del popolo fruttariano/crudista Italiano con una certa urgenza. Intanto ieri (Venerdì 14/05/10) , Andrea ha tenuto la sua brillante conferenza all'AVA approfondendo la questione della corretta alimentazione fruttariana che deve, se vuole mantenersi sempre in splendida forma, limitare l'uso di frutta acida, specialmente agrumi (arance, limoni, mandaranci, mandarini, clementine ecc)

Cominciamo per gradi...
Sul ben noto network vegan-crudista/fruttariano 30Bananas a Day, DurianRider apre una discussione ponendosi la seguente domanda: Si può vivere solamente di frutta?
Lui dice di non aver conosciuto nessuno personalmente che si nutrisse in questo modo e continua citando le parole di Doug Graham che però nella sua trentennale esperienza invece ne ha conosciuti alcuni e riporta così:
(Doug): Avevo un amico negli anni ottanta, che provò a vivere di arance. Stava bene per un certo periodo di tempo, un anno o due, ma poi la sua salute cominciò a declinare. "Non c'entra niente la mono dieta" diceva. Quando morì, fummo tutti molti tristi, ma questo fatto non fermò un altro ragazzo dal provare la stessa cosa. Anch'egli morì. Un altro ragazzo che conobbi, provò a vivere solamente di meloni e non morì. Ma danneggiò molto il suo cervello che sebbene riuscii a convincerlo a smettere la mono dieta a base di meloni, anche alcuni anni dopo non si riprese del tutto.  Era confuso.
Ci fu una persona che provò a vivere solamente con i pomodori. Anche così non funzionò".
Inoltre, Doug aggiunse che le persone che provarono a vivere di sole arance erano nella fasce d'età compresa tra 20 e 30 anni, mentre quello del melone sulla quarantina.

E' importante dire pure che sempre su questo stesso network sono presenti molte discussioni sulla frutta acida ed i suoi effetti nefasti sulla salute.
Ricordo a tutti che questo network è prevalentemente crudista dunque le persone che vi scrivono fanno largo uso di vegetali a foglia verde.

Poi, la mia ricerca si sposta su google che mi trasporta in questo sito (Beyond Veg), di cui torneremo a parlare più tardi e qui , trovo un link interessante ad un libro online che è un'enciclopedia della frutta tropicale e subtropicale. Scorro fino ad arrivare alle arance e con mia sorpresa scopro che alla voce "Tossicità" dice: Le persone che si trovano in prossimità degli alberi di arance in fiore possono avere delle reazioni respiratorie avverse. La segatura del legno degli alberi d'arancia, usata per pulire l'argenteria, causa asma. Un eccessivo contatto con gli olii volatili nelle bucce d'arancia possono produrre dermatiti. Le persone che succhiano le arance soffrono spesso di irritazioni alla pelle intorno alla bocca (io ne sono testimone in prima persona, quando bevevo succo d'arancia alla mattina nel mio periodo crudista e quando mi è capitato di mangiare tante clementine intere, NdR). Le persone che sbucciano arance in grandi quantità possono avere delle eruzioni e delle vesciche tra le dita. Se si toccano il viso, possono avere gli stessi sintomi. Nel sud della Florida, una giovane donna scosse un albero di arancio di modo che i suoi frutti cadessero dall'albero. Un'ora dopo ebbe l'orticaria, presumibilmente perchè si espose a degli spruzzi di olio dai peduncoli rotti, dall'estremità dell'attaccatura della buccia,  dai piccioli delle foglie rotte. Una reazione simile è accaduta scuotendo i frutti di un albero di lime a Miami. Le persone sensibili possono accusare delle reazioni respiratorie in prossimità delle emanazioni volatili delle bucce di arancia rotte.

Bene, passiamo al limone adesso.
"Le spine dell'albero di limone infliggono dolorose punture e graffi. L'olio della buccia di limone causa dermatiti da contatto, cronica in quelli che la maneggiano, la tagliano e spremono limoni quotidianamente. Le parti del corpo toccate con le mani contaminate mostrano reazioni gravi dopo l'esposizione solare. Le persone che succhiano i limoni possono soffrire di irritazioni ed eruzioni intorno alla bocca. Il legno degli alberi di limone e la sua segatura può indurre reazioni cutanee ai falegnami sensibili."

E poi, leggendo tra i suoi usi medicinali trovo:  "Il succo di limone nell'acqua calda è stata ampiamente utilizzato come lassativo quotidiano e per prevenire il raffreddore, ma le dosi giornaliere si è visto erodano lo smalto dei denti. L'uso prolungato riduce i denti al livello delle gengive."

Googolo di nuovo e trovo questo articolo, che assomiglia molto di più ad un appello accorato di Frederic Patenaude circa la salute dentale. Egli scrive: "Sto condividendo con voi quest'informazione perchè questo argomento mi è molto caro. A causa della disinformazione che ho ricevuto attraverso la lettura di certi libri sul crudismo e ai cattivi consigli ricevuti da molte autorità del movimento crudista e di quello dell'igiene naturale, ed anche a causa della mia stessa ignoranza, la mia salute dentale ha sofferto tremendamente. Prima di diventare crudista, all'età di 20 anni, senza avere alcuna cura speciale della mia dieta e della mia igiene dentale, ebbi solamente qualche otturazione. Dopo 4 anni che seguivo una dieta cruda o una dieta vegan cruda, ho avuto 19 carie. Anche allora, con sforzi sempre rinnovati per invertire la situazione, il decadimento continuò il suo corso ed ebbi altre carie.
Questa situazione infelice mi portò a trovare la verità e le falsità circa il decadimento dentale ed i disturbi gengivali ed ecco perchè sto condividendo con voi queste informazioni oggi.
Seguendo le avvertenze di cui sotto sono stato in grado di invertire la situazione  e sono riuscito a ricostruire lo smalto su alcuni miei denti.
Comprendi bene questo: Solamente una cosa provoca decadimento dentale, erosione e problemi gengivali: l'acidità che proviene dai cibi che mangi, o quella che viene prodotta dai batteri che vivono nella bocca. Questi batteri vivono di zuccheri e dalle particelle di cibo decomposte. Se i denti sono puliti, se l'acidità viene rimossa dai denti in tempo; se lo zucchero non rimane nella bocca per molto a lungo e se nella dieta sono presenti sufficienti minerali per costruire dei denti resistenti al decadimento, allora eviterai l'erosione e non avrai mai più problemi con i tuoi denti e con le gengive.
Da qui segue una lista di cibi e comportamenti da tenere a mente e vediamo che nella lista compaiono i nostri cari amici, agrumi, al punto 3 :"
I crudisti mangiano troppi cibi acidi. I cibi acidi hanno un impatto negativo sui denti. Questi includono succo di limone, succhi di frutti, agrumi, frutti non maturi, aceto ed altri cibi acidi."

I succhi di qualsiasi frutto diventano acidi se frullati/centrifugati. La natura li ha disposti affinchè li mangiassimo Integri. Questo è il prezzo che si paga nel modificare ciò che non dovremmo fare.

Per Frederic che è un crudista, la soluzione sta nel mangiare poco dopo delle verdure a foglie verde, perchè sono alcaline e riassettare perciò l'equilibrio ma questa soluzione fa uscire dal Fruttarismo.
Infatti, tanti fruttariani a causa delle arance e degli agrumi in generale, sono tornati a mangiare verdure a foglie verdi perchè "grazie" a questi frutti sono andati in acidità.
Quindi, se un crudista che mangia tanti agrumi si salva con le verdure, un fruttariano che vuole rimanere tale deve eliminare o limitare di molto (ovviamente a sua discrezione) questo tipo di frutta e togliersi assolutamente dalla testa di imbarcare in una monodieta ad arance a lungo termine (sto parlando di anni, non mesi) perchè abbiamo visto sopra come qualcuno ci sia rimasto secco (anche nel senso letterale del termine, dato che una monodieta a base di arance abbiamo visto abbia la capacità di scavare in profondità nel corpo).
Torniamo ora ad occuparci del sito Beyond Veg dove si può trovare una sezione creata per sfatare il "mito del fruttarismo". Infatti, secondo l'autore del sito stesso, Tom Billings, un tempo fruttariano per 8 anni, questa dieta non è adatta all'essere umano solamente perchè lui personalmente sbagliò l'approccio alla frutta e trasse quindi considerazione sbagliate nel corso della sua esperienza, tra cui l'avventura di una monodieta a base di agrumi..
In questo sito cominciamo a conoscere meglio questo personaggio attraverso i commenti di una persona che lo conosce meglio e passa in rassegna tutti gli "sbagli" che quest'uomo ha compiuto nel corso della sua avventura con la frutta e possiamo vedere chiaramente a chi Tom Billings si ispiri maggiormente (digiuni, frutta acida...vi ricorda qualcuno?)
Arriviamo ad un punto per noi cruciale: Tom Billings dice : "In uno dei miei viaggi, vissi con una monodieta a base di mandaranci per un mese."
Ecco di seguito il commento di Lawrence J. Forti: Una monodieta a base di agrumi è alquanto insensata: gli agrumi contengono molti acidi liberi e dissolvono il calcio dai denti. Molti sperimentatori della diete a base di frutta sono caduti vittima di questo errore, anche io. Continua dicendo: "(Se non credete che gli agrumi e gli altri frutti acidi disciolgono lo smalto dei vostri denti fate questa prova. Strofinate i vostri denti: sentirete che sono lisci. Mangiate un pezzo di arancia; strofinate i denti e li sentirete ruvidi, perchè il calcio è stato eroso dalla superficie. (Se proprio volete mangiare agrumi ed ananas, fatene un succo e beveteli con una cannuccia per minimizzare il contatto tra il succo ed i denti)."

Posso dire personalmente che questa soluzione funziona ma non è raccomandabile lo stesso perchè se è vero che bevendo si evita di molto il contatto con i denti rispetto a mangiare il frutto integro, l'acido viene ingerito comunque ed i suoi effetti potrebbero non essere tanto diversi sulle ossa...
Per chiudere in bellezza, ecco la testimonianza del Dottor Bass che cito testualmente:
"La mia esperienza personale con il Fruttarismo: "Ho provato ad essere fruttariano in prima persona quando ero sulla trentina. Ho seguito gli insegnamenti di Arnold Ehret e sono incorso in problemi quali infiammazioni gengivali, perdita di denti , pallore molto notevole ed una perdita di peso da 77 kg a 63 kg."

Dopo quanto detto, vedete come è facile sbandierare ai quattro venti che il fruttarismo è una dieta impraticabile per l'uomo? Basta sbagliare 1 frutto che succede un putiferio e le persone si fanno molto male..

giovedì 13 maggio 2010

Cotto Vs Crudo

Dio fece il cibo, il diavolo i cuochi.
J. Joyce

Cibo Cotto e Cibo Crudo
Estratto da "Health and Survival in the 21st Century" di Ross Horne.
Adattato e Tradotto in Italiano da FruiTanya

La Cottura

La cottura va bene solamente perchè permette alle persone di utilizzare i cereali come fonte di cibo e rende commestibili cibi inadeguati come per esempio la carne e le patate che altrimenti sarebbero immangiabili. Dunque la cottura permette a tante persone di sostenersi sui cibi che hanno a disposizione, ma c'è una penalità da pagare. Il processo digestivo naturale utilizza gli enzimi che esistono nei cibi crudi che, quando il cibo viene mangiato, hanno azione predigerente (scompongono il cibo) nella sezione cardiaca superiore dello stomaco prima che il sistema digerente principale cominci a lavorarci. Dunque al pancreas, l'organo che produce la fornitura maggiore di succhi digestivi viene evitato il peso di un gran carico di lavoro. Questo beneficio naturale manca del tutto quando viene consumato del cibo cotto perchè la cottura distrugge gli enzimi ma non solo, il pancreas è doppiamente penalizzato a causa della difficile natura del tipo di cibo che viene ingerito rispetto a quello per cui il sistema digestivo umano è stato disegnato. Perciò, come descrive il Dr Edward Howell nei suoi libri The status of food enzymes in digestion and metabolism (1946) e Enzyme Nutrition (1983), il pancreas umano è invariabilmente ipertrofizzato ed è il doppio della sua normale grandezza rispetto a quella degli animali allo stato selvaggio insieme a cambiamenti alle gonadi, alle adrenali, alla pituitaria ed altre ghiandole endocrine. Un altro aspetto negativo della cottura è che rende i minerali nel cibo molto meno assimilabili, mentre quando si getta via l'acqua della cottura tanti altri se ne perdono dentro. C'è un legame tra la cottura, la raffinazione dei cibi e l'incidenza di tutte le malattie incluso il cancro e come è stato provato dagli ospedali di tutto il mondo, le migliori guarigioni dalle malattie croniche cosidette incurabili vengono fatte sulla base di diete composte di frutta cruda e verdure. Questo dimostra che quando gli organi vitali sono nel loro stato di funzionalità minima solamente tali diete fanno sì che procurino al corpo la giusta chimica per mantenere la salute. Il cibo crudo dunque fornisce il maggior beneficio a tutte le persone sia malate che sane.


Il Cibo Crudo

I cibi tradizionali a cui siamo generalmente abituati sono per la maggior parte inedibili da crudi. La carne ed i prodotti a base di latte sarebbero molto meno dannosi se venissero consumati crudi come viene fatto da alcune popolazioni, ma alla maggior parte delle persone l'idea di mangiare carne cruda, pollo, latticini e formaggi crudi a causa della fobia dei germi, è improponibile. La Natura con questo sta cercando di dirci qualcosa..
Il Dr Max Garten nel suo libro The Health Secrets Of A Naturopathic Doctor (1967) descrisse come la sua salute non fosse migliorata tanto seguendo una dieta vegetariana e questo lo portò a provare un regime completamente crudo. Affermò:
I risultati furono elettrificanti, in pochi giorni mi sono sentito molto più forte con un ritorno al mio entusiasmo iniziale. Anche molti dei miei pazienti che sono riuscito a convertire a questa nuova dieta hanno avuto risultati simili".

Il Dr Garten osservò che i batteri putrefacenti nel colon aumentavano non solo con il mangiar carne ma anche a seconda del grado di cottura usato per cuocere i cibi, e con ciò aumentarono pure le feci dall'odore pungente e l'insorgenza di mal di testa e dolori. Disse:

"Si può dedurre che mancassero certi agenti nella dieta o fossero alterati con la cottura. Il rispettivo contenuto delle proteine di una dieta vegetale si è dimostrato indicativo nei cambiamento della flora intestinale, i legumi come i piselli, le lenticchie, i fagioli ecc, hanno contribuito ugualmente a mostrare dei cambiamenti putrefattivi."

Sebbene i vegetariani siano di solito più sani dei consumatori di carne, non possono avere una buona salute e vivere sino ad una veneranda età se continuano a cucinare il proprio cibo.

Dalla Frutta ai prodotti cotti: il lento declino dell'Uomo

"Alla natura si comanda solo ubbidendole."
Francis Bacon

La Dieta Naturale dell'Uomo
Estratto da "Health and Survival in the 21st Century" di Ross Horne
Adattato e Tradotto in Italiano da FruiTanya

Verso la fine della seconda Guerra Mondiale, quando gli Americani invasero le Filippine e le ricatturarono dai Giapponesi, un soldato giapponese corse nella giungla e lì vi si nascose, credendo fermamente che prima o poi i venti di battaglia sarebbero soffiati a favore del Giappone. Decise di rimanere nella giungla in attesa che le cose si sistemassero. Attese venticinque anni, evitando nel frattempo qualsiasi contatto umano, e poi un giorno uscì dalla giungla e si arrese.
Tornato in Giappone e sottoposto a controllo medico, il soldato stupì tutti - appariva di gran lunga più giovane rispetto ai suoi coetanei maschi. I suoi denti erano perfetti e pure la sua vista. Non mostrava nessun segno di malattie degenerative considerate normali dalla società. Eppure la sua vita non fu certamente facile. L'unica spiegazione possibile alla sua preservazione fisica fu che la sua dieta in tutti quegli anni fosse stata a base di frutta, bacche e alcune piante mangiate crude, una dieta simile a quella degli altri primati e dei primi uomini prima della scoperta del fuoco. La vita in tutte le sue forme è più prolifica nelle regioni tropicali sia di terra che di mare, e questo perchè in condizioni di caldo umide gli enzimi lavorano più efficentemente. Si pensa che la vita abbia avuto luogo proprio in una clima come questo, e generalmente viene accettato che i primati evolvettero dalle forme di vita inferiori ai tropici, seguiti poi dall'evoluzione delle scimmie antropomorfe e poi dai primi uomini.
Nel regno vegetale, gli alberi da frutto arrivarono per ultimi sulla scena evolutiva ed è molto probabile che i primati e gli alberi da frutto evolvettero insieme, che risponde dello sviluppo nei primati della visione stereoscopica a colori, mani prensili, struttura e denti specializzati, appetito per un cibo dolce, tratto digestivo medio-lungo, e così via. Nella loro relazione simbiotica, gli alberi da frutto davano cibo ai primati che a loro volonta, inconsapevolmente, spargevano i semi della frutta dovunque essi defecassero, assicurando in questo modo la sopravvivenza degli alberi. Lo studio dell'anatomia comparata e le diverse diete alimentari degli animali nel loro ambiente naturale indica che la dieta naturale dei primi uomini consisteva maggiormente di frutta dolce, e che sebbene siano passati milioni d anni, l'anatomia e l'apparato digerente dell'uomo non è cambiato ed è dunque ancora ottimizzato per mangiare la frutta, cibo appropriato. Che questa opinione non sia solamente una vana affermazione può essere velocemente provato da qualsiasi persona malata che riesca ad interrompere la dipendenza verso i cibi stimolanti di questa nostra società e seguire una dieta a base di frutta di qualità solamente per qualche giorno. Certamente il sistema digestivo umano è abbastanza capace di gestire i cibi di origine animale, inclusi i grassi animali, ma può farlo senza stress solamente in piccolissime quantità, anche quando questi cibi sono mangiati crudi come Natura ha predisposto.
Dunque si può supporre che la dieta ideale dell'uomo è quella composta maggiormente da frutta dolce con l'aggiunta di qualche bacca, noci verdi, radici ed occasionalmente piccole quantità di cibi di origine animale, tutti ingeriti crudi. Questa era la dieta applicata dagli animali più simili a noi, l'orango e lo chimpanzee, che entrambi hanno un'anatomia ed un sistema digerente quasi uguale a quello dell'uomo. Nessuno di questi animali in natura ha le carie o qualsiasi altro disturbo comune agli uomini, ma li sviluppano presto quando sono messi in cattività e vengono alimentati con cibo cotto e raffinato.
Se questa supposizione è corretta, e se dunque gli uomini possono godere di migliore salute per un tempo più lungo applicando questa dieta naturale, perchè mai hanno smesso di farlo?
Non c'è nessuna razza di umani al mondo che oggi, come regola generale, mangia cibo naturale crudo; la maggior parte della popolazione mondiale basa la sua dieta sui cereali cotti di un tipo piuttosto che un altro, e la restante fonda la propria dieta su prodotti animali cotti con l'aggiunta di cereali, latticini e verdure, tutto cotto. La frutta viene vista come un accessorio nelle varie diete invece che essere considerata un cibo di sostentamento primario. Come mai è accaduto tutto ciò?
I primi uomini vivevano in piccoli gruppi e, prima dell'uso del fuoco, mangiavano i loro cibi crudi come facevano tutte le altre creature sulla Terra fin dall'origine della vita, dell'olfatto e del senso gusto che indicavano il cibo più adatto ai propri sistemi biologici. I numeri della popolazione erano ristretti a causa delle quantità di cibo disponibile che cresceva naturalmente tutt'intorno ma successivamente, con la scoperta del fuoco si vide che molti altri cibi consumati da altri animali disgustosi al palato umano, potevano divenir appetibili con la cottura, e più gustosi con l'aggiunta di aromi artificiali quali erbe aromatiche e sale. Con l'uso di queste nuove fonti di cibo, potevano esser supportate molte più persone, non solo in aree già occupate, ma anche in territori dove il cibo adatto alla specie umana non era disponibile. In seguito il surplus della popolazione forzò le persone a muoversi in territori meno ospitali al di fuori dei tropici, e la necessità li spinse ad affidarsi ad una dieta diversa, sul fuoco e su vestiti primitivi per farsi calore. Le malattie, quando colpivano, si credevano essere opera del lavoro di spiriti malvagi, ed allora furono inventate le figure guaritrici di sciamano-medici.
Sfide sempre più grandi in ambienti sempre meno accoglienti portarono allo sviluppo del cervello, e fu dunque nelle zone a clima temperato del mondo che ebbe inizio la tecnologia, portando l'avvento dell'agricoltura e lo sviluppo di campi di cereali a partire da piante selvatiche. La competizione continua per i territori rese la guerra inevitabile e questo portò di nuovo ad un maggiore sviluppo tecnologico e così via. Da tutti questi cambiamenti emerse un nuovo tipo di uomo - quello divenuto "civilizzato" che aveva lasciato il suo ambiente naturale per sempre. Dopo la scoperta del fuoco, lo sviluppo delle coltivazioni di cereali fu il fattore maggiore che portò al boom della popolazione umana di oggi. I cereali si potevano produrre facilmente e, potendosi conservare senza problemi, fornivano cibo in tutte le stagioni. Sempre più ettari di foreste venivano distrutte per crescere queste colture per farne pure pascoli per allevare il bestiame, e a seconda delle proprie circostanze alcuni popoli arrivarono a basare la propria dieta sulla carne e sui derivati del latte mentre altri sul riso, sul grano o qualche altro cereale. Nessuna di questa due diete forniva una nutrizione completa, e man mano che la civilizzazione "progrediva" ed i cibi diventavano sempre più conservati, raffinati, cotti e comunque sempre meno naturali, ecco che gli uomini mostravano sempre più segni di malattie che si manifestavano sempre più prematuramente. Anche le razze primitive hanno avuto da sempre i loro uomini-medicina per proteggere la propria gente dagli spiriti maligni e dalle malattie, ma nella civilizzazione la superstizione della medicina è andata fuori controllo; la "medicina scientifica" è diventata un industria potente che consuma gran parte dell'economia nazionale. Ma mentre gli animali selvatici rimangono in salute senza alcuna medicina, gli uomini spendono sempre più soldi sulla "cura della salute" diventando invece sempre più malati. Dunque le malattie possono venir viste come un fenomeno umano per il quale ci sono due cause principali:
  1. L'uso di cibo non adeguati per natura
  2. L'usanza di cuocere per rendere commestibili cibi che in realtà non lo sarebbero affatto.
L'inadeguatezza della nostra dieta Occidentale è stata trattata nel cap 2 [ci sto lavorando], ma ci si può chiedere perchè le persone che hanno adottato altre diete non stanno meglio di noi? Bene, alcune popolazioni isolate come per esempio gli Hunza, stanno meglio ma la stragrande maggioranza delle altre razze dipendono troppo dai cereali di qualsiasi tipo che sono la base della loro dieta ed i cereali sono ancor meno adatti per l'uomo rispetto alla carne. I cereali sono stati definiti un cibo sano dalle "vittime" della dieta Occidentale perchè hanno pochi grassi, non contengono colesterolo, hanno grandi quantità di carboidrati complessi (amidi) e fibre, che aiutano contro la costipazione. Dunque, passare da una dieta Occidentale ad una a base di cereali produce benefici immedati, ma presto unsorgono altri problemi. I prodotti cerealicoli, fornendo prevalentemente amidi, mettono un gran fardello sul sistema digerente. Quando sono maturi, i cereali contengono degli inibitori di enzimi che impediscono la digestione, ma sono invece digeribili da verdi (come per esempio il granturco dolce) oppure quando vengono cotti o dopo averli fatti germogliare. Gli uccelli granivori hanno il gozzo in cui i cereali, ingeriti interi, germogliano, e dunque diventano digeribili. I cereali non sono digeribili quando vengono mangiati crudi, ma anche da cotti, i carboidrati complessi richiedono un grande sforzo digestivo per essere scissi, e questo è dimostrato dal fatto che le razze orientali, che dipendono dal riso, sviluppano un pancreas le cui dimensioni sono doppie rispetto al normale e mostrano pure altri segni di stress come per esempio i villi intestinali occlusi. A meno che il riso (e gli altri cereali) non vengano accompagnati da quantità libere di verdure fresche e frutta nella dieta, possono generare carenze dal punto di vista nutrizionale ed al contempo tossiemia ed acidosi in grado di produrre problemi alla pelle, artrite, arterie indurite e cancro. Ecco perchè gli Orientali di solito sono piccoli di statura e non vivono più a lungo rispetto agli Occidentali.

Il soldato Giapponese che visse nella giungla delle Filippine come un selvaggio, per tutti quegli anni adottando una dieta naturale e scampò alla degenerazione che l'avrebbe atteso una volta tornato in Giappone.

Paragone tra la dieta Naturale e la Dieta Occidentale




mercoledì 12 maggio 2010

A ciascuno il suo latte!

A chi vogliono darla a bere?
Il Dr. Shelton ci svela i retroscena commerciali della vendita di latte vaccino

Il Latte Vaccino
Estratto da: The Hygienic Care of Children di H.Shelton - Tradotto in Italiano da FruiTanya.

Il cibo essenziale per una sana crescita ed un sano sviluppo di ogni cucciolo di mammifero, inclusi dunque i cuccioli umani, viene prodotto dal seno di sua madre. Il latte di ciascuna specie si differenzia molto da quello di un'altra, come mostreremo più tardi, ed ogni latte è fatto apposta per soddisfare i bisogni dei piccoli di quella specie. I cuccioli continuano, per un pò di tempo dopo la nascita a nutrirsi del latte della loro madre.
Siamo inclini a dare per scontato che l'uomo incominciò a dare ai propri figli latte di mucca o latte di qualsiasi altro animale appena Adamo ed Eva vennero espulsi dal Giardino delle Delizie e che si continuò a fare ciò da allora in poi. Siamo portati a pensare che questa pratica sia universale. Ci stiamo sbagliando di grosso.
Sappiamo per esempio, che pochissime donne Cinesi ed Indiane hanno possibilità di dare latte di mucca o di qualsiasi altro animale ai loro figli. Sappiamo che gli Americani del Nord e Sud America non possedevano alcun animale da latte ed i bambini non avevano più latte dopo che si separavano dai seni delle loro madri. Anche in altre parti del mondo funziona così.
La storia ci dice che fu un uomo dal nome di Underwood il primo ad aver rischiato l'esperimento di alimentare bambini con latte di mucca. Ciò accadde nell'anno 1793 - solamente 137 anni fa. Poco prima dell'invenzione della tettarella di plastica e possiamo immaginare benissimo quali risvolti ebbe dal nutrire bambini con latte di vacca. Prima di questa memorabile data - 1783 - se una madre moriva e lasciava suo figlio nel periodo della lattazione, veniva affidato ad una balia - e non ad una mucca. Da allora, non solo la mucca è diventata la madre adottiva della maggior parte di Americani ed Europei, ma abbiamo sviluppato anche l'assurda idea che un bambino non deve essere "svezzato". Deve avere latte, non solo durante il periodo della lattazione, come natura ha provveduto, ma anche attraverso l'infanzia, l'adolescenza e la vita adulta.
Il latte viene considerato il "cibo perfetto" per il bambino, l'atleta, per coloro che lavorano in ufficio, per gli invalidi, per tutti insomma. C'è una forte influenza commerciale dietro a tutto questo clamore sulle virtù magiche del latte. Non dobbiamo prendere troppo seriamente le parole di quelli che sono mossi dal profitto.
Il latte (di mucca) non è il cibo perfetto nè per l'infante nè per l'adulto.Ma l'abbiamo dotato di super potenzialità che addirittura allattiamo colei che allatta. Un quarto di latte al giorno, ed alcune volte di più, viene dato alla madre che allatta. Questo servile attaccamento al latte si è avuto come risultato di una combutta tra tra dottori e lattai, di cui, il presente estratto preso da Ice Cream Field (National Journal) del Luglio del 1927, ed intitolato "Dairy Council Plans Educational Work" è solo una piccola parte:

Dall'11 al 3 Giugno, in occasione della sesta conferenza estiva del consiglio caseario di Buffalo, N.Y sono stati discussi gli ultimi sviluppi nell'educazione alla salute e all'incremento di latticini nella dieta della nazione. I presenti alla conferenza furono M. D. Munn, Presidente; Dr. Charles H. Keene, professore di igiene, Università di Buffalo; Miss Mary E. Spencer, specialista in scienze dell'educazione alimentare,Washington, D. C.; Dr. W. W. Peter, segretario associato dell'American Public Health Association; Dr. H. E. Van Norman, presidente del Dry Milk Institute; Clifford Goldsmith, scrittore e docente universitario, Miss Sally Lucas Joan, consulante della salute, ed altre figure di specialisti del consiglio di amministrazione. Durante la conferenza vennero mostrati e presi in esame molti nuovi poster, depliant, mostre, film, storie, giochi ed altre forme didattiche in tema di salute che sponsorizzavano l'importanza di "cibi protettivi" nella dieta secondo il Dairy Council. Un' analisi del tipo di lavoro svolto e come questo aiuti l'industria casearia venne presentato da W. P. B. Lockwood, New England Dairy and Food Council, Boston, Mass. A chiudere il programma, ci furono pure interventi di uomini d'affari, lavoratrici donne e sessioni di strategia di marketing.

"Il Dairy Council sta giungendo alla conclusione che", disse il Dr C. W. Larson, direttore, "i suoi lavoratori più esperti devono dedicare la maggior parte del loro tempo nella preparazione di progetti interessanti e materale istruttivo da diffondere nelle scuole e nei colleges, alle organizzazioni della salute e della previdenza sociale e similari in tutti gli Stati Uniti. Abbiamo speso la maggior parte del nostro tempo nel lavoro delle scuole. Questa è solamente la fase uno delle attività del Dairy Council".

Questo è un business a sangue freddo ai danni della salute solamente per incrementare i profitti delle industrie casearie e dei dottori che sono affiliati con queste industrie, e che senza alcuna vergogna, chiamano la loro propaganda con il nome di educazione.
Il latte non è un "cibo per adulti" ma un espediente temporaneo nella vita di un animale giovane, che dura fin nel momento in cui questo sviluppa i denti per una masticazione indipendente ed è in grado di secernere succhi digestivi per digerire i cibi di cui si nutrirà poi per il resto della sua vita.
Il latte di mucca non solo non è il cibo perfetto per l'umano adulto; non lo è neppure per il bambino.
Così come non è neppure il cibo migliore per bambini proveniente da un animale. Se i dottori ed lattai fossero realmente interessati alla salute dei bambini, avrebbero notato che il latte di capra è molto superiore a quella di vacca. Invece di parlare dell'importanza di "cibi protettivi" nella dieta, avrebbero dovuto dedicare le loro "campagne informative" nell'informarele persone circa i pericoli dei cibi denaturati. Le loro campagne sono solamente uno sforzo volto alla vendita di più latte e non uno sforzo nell'informare la gente sulla verità della loro dieta denaturata. Non è naturale che una mucca dia tanta quantità di latte, così ricco di grassi, come fanno invece le nostre mucche. Grazie all'allevamento selettivo e all'allevamento forzato, vengono indotte a dare grandi quantità di latte e di produrrlo anche oltre il normale periodo di allattamento dei vitelli. Infatti queste mucche non sono mai prive di latte, ma continuano a produrlo per poi esser venduto nei supermercati, mucca dopo mucca, anno dopo anno. Ho visto mucche essere munte per dieci e forse più anni, senza essere mai a riposo, avendo avuto un solo vitello nella vita.
Ciò costituisce un indebolimento delle mucche che le fa stare male. Sono inclini alla tubercolosi e le loro vite sono molto accorciate. Mentre la maggior parte del bestiame d'allevamento è soggetto alla tubercolosi, questa malattia è molto rara nel bestiame libero. Oltre al male dell'eccessiva produzione di latte, c'è il male di sovralimentare con una dieta molto ricca in proteine. Questo tende a portare malattie nella mucca e ciò danneggia il suo latte. Un eccesso di proteine è molto pericoloso per il bambino. Se un eccesso di proteine nella dieta della madre danneggia il suo latte destinato per il suo piccolo, allora certamente un eccesso di proteine nella dieta della mucca, il cui latte già contiene molte proteine in più rispetto a quello della madre, è dannosso per l'infante. Anche un eccesso di grassi lo è. Le nostre mucche sono state alimentate così affinchè il loro latte contenga molti grassi.
Gli allevatori producono latte per venderlo e più una mucca produce latte e burro-grasso, più profitto c'è per loro. Questi allevatori non sono differenti dalle industrie del carbone e del cotone - sono interessati solamente a veder crescere i loro profitti. Produrranno solamente quel tipo di latte e nelle quantità che gli danno maggior profitto, non curanti degli effetti dannosi sulle persone che fanno uso di questo latte. Le mucche da cui questo latte viene prodotto sono tenute tutto l'anno in stalle buie, senza luce solare, fanno pochissimo esercizio fisico e vengono alimentate con cibo secco, senza alcuna foraggio verde fresco. Tutto ciò fa ammalare la mucca e deteriora poi il suo latte. Le mucche hanno bisogno di erba, di esercizio, aria fresca e luce solare. Il Dr Hess, della Columbia University, mostrò che il latte delle mucche alimentate all'aperto mantiene la salute e la crescita degli animali, mentre il latte delle mucche alimentate con foraggio secco no. Le mucche da latte e specialmente quelle "certificate", vengono vaccinate contro la tubercolina, ossia avvelenate ed ammalate.
Il test della tubercolina è una frode. Non è un test affidabile per la tubercolosi, come molti dottori ben sanno. Se viene dato in grandi dosi agli animali questi "muoiono subito di forte intossicazione"; in "dosi moderate", "gli animali mostrano i sintomi di una profonda intossicazione ma si riprendono gradualmente, con una leggera e cronica forma della malattia". La tubercolina è il risultato putrescente della decomposizione del brodo di manzo contenente glicerina e viene conservato con acido carbolico. Non è solamente un veleno, è un insieme di veleni. La pastorizzazione del latte porta alla negligenza e ci assicura latte sporco. [Questo aspetto sarà ampliato in un prossimo capitolo]. Il latte dopo esser stato munto e lasciato riposare viene sottoposto ad un deterioramento. Il suo valore alimentare viene fortemente danneggiato dal surgelamento. I metodi attuali di produzione del latte rendono impossibile la produzione di buon latte sul mercato. I metodi attuali sono il risultato del lavoro dei medici che ci spingono ad usare sempre più latte. Non censuratemi allora quando dichiaro che la professione medica è determinata a far sì che non ci siano più bambini sani in America e che a questi gli venga negato di avere buon cibo. La parola "proteina" è un termine molto indefinito ed è risaputo che la stessa quantità di proteine e calorie da fonti diverse possono avere diversi valori. Il latte di mucca possiede proteine inferiori e diverse da quelle presenti nel latte materno e, mentre vanno bene ai bisogni del vitello, non lo sono affatto per il nutrimento del bambino. Il latte di mucca forma un caglio grande e duro difficile da digerire per l'infante. Il latte umano forma invece delle piccole e soffici masse flocculente facili da digerire. Queste differenze fisiche e chimiche del latte delle due madri sono strutturate per incontrare i diversi bisogni delle due giovani specie ed i due latti non sono dunque, interscambiabili. E' logico dunque dedurre che la mucca non è la madre migliore per il bambino e quando questa adottò i nostri figli, li danneggiò moltissimo.

In questo articolo possiamo ben confrontare le differenze tra latte materno e latte vaccino. Dalla lettura si evince chiaramente come il latte vaccino non sia adatto al lattante.
Tutto ciò ci lascia basiti se pensiamo che la maggior parte dei medici nutrizionisti consiglia di dare latte di mucca ai bambini addirittura fino in età adulta e non è un caso che la totalità dei prodotti sul mercato contiene latte e derivati (merendine, torte, yoghurt, creme ecc)
Se non lo fanno per soldi, allora sarà per ignoranza? In entrambi i casi
IO NON MI FIDO DELLA MEDICINA UFFICIALE.

...E tu?